La pistola puntata alla moglie, lui uccide il rapinatore. Lo Stato lo ha ridotto così.

 

Giovanni Petrali è uno dei tanti imprenditori italiani vittima di rapina, finito poi nei guai.

Per lui, tutto avvenne in una giornata di Maggio del 2003, una qualunque. Due uomini armati entrarono irruenti nel bar tabacchi della famiglia Petrali: “Mani in alto! Questa è una rapina!”.

I figli hanno scritto un libro, “Legittima difesa“, nel quale raccontano l’accaduto: “Uno dei malviventi si posiziona davanti al vetro divisorio della cassa e punta la pistola contro nostra madre, l’altro entra dietro il bancone trascinando con sé nostro padre e comincia ad arraffare i soldi nel cassetto. Sembra il copione della classica rapina, ma improvvisamente gli eventi precipitano”.

La tensione cresce quando i due criminali pretendono le chiavi della cassaforte nel muro, ma nessuno dei due coniugi le ha, e quindi… uno dei due prova ad intimorire il signor Giovanni.

Vecchio bastardo!“, l’altro taglia corto: “Spara! Spara! Spara!”. A quel punto: “La pistola si sposta pericolosamente verso nostro padre – proseguono i due autori – che se la vede puntata contro, scorge il nero all’interno della canna e poi, dentro di sé, pensa ‘è finita‘”.

In quell’istante cambia per sempre la vita del signor Giovanni: “Un attimo di esitazione, o forse di distrazione da parte dei malviventi e scatta la reazione (…). La mano di nostro padre corre all’arma e bum, bum, bum esplode quattro colpi di pistola diritto davanti a sé, in direzione del rapinatore armato”.

Il signor Giovanni mette in fuga i due e li rincorre: “Dopo un lungo inseguimento i rapinatori, entrambi feriti, si accasciano sul marciapiede”. Uno è morto lì, l’altro è ferito, con un polmone perforato.

Da quel momento, il signor Giovanni non ha parlato per quattro giorni, durante i quali raccontano i figli: “Il suo volto è una maschera impenetrabile, non riusciamo a squarciare il velo che sembra aver innalzato davanti a noi, non capiamo cosa stia provando”.

E’ iniziato così il suo calvario giudiziario.

Difeso da suo figlio Marco, in primo grado il signor Giovanni viene condannato a un anno e otto mesi di reclusione, con pena sospesa. Secondo il giudice dei quattro colpi sparati, solo il primo sarebbe stato di legittima difesa, mentre gli altri tre – due dei quali hanno colpito i criminali alle spalle – sono avvenuti fuori dalla “fase dell’offesa”.

Dunque, la colpa del signor Giovanni sarebbe stata di non aver considerato tutti questi dettagli mentre gli veniva puntata la pistola alle tempie o mentre assisteva alle minacce ai danni della moglie.

Solo otto anni dopo, nel 2011, l’Appello ha ribaltato la sentenza e l’ha assolto, anche se l’incubo del signor Giovanni non è stato di certo cancellato in quell’aula di tribunale.

Fonte: Il Giornale

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