Il prete congolese lo caccia dalla chiesa e Sgarbi gliele suona: “Ma sai che…”. Distrutto

“Io sono cristiano e nessun prete mi può considerare straniero, nè può pensare di respingermi”. Ha un diavolo per capello, Vittorio Sgarbi, nella sua consueta rubrica del sabato su Il Giornale. Ce l’ha, il critico d’arte, con “don Jean Claude della Repubblica del Congo”, reo, si evince dal testo, di averlo rimproverato o ammonito o di avergli chiesto di andarsene dalla chiesa di Vittoria, in Sicilia, dove stava celebrando la Messa. Sgarbi non lo scrive espressamente, ma si capisce che durante la celebrazione, lui stesse aggirandosi per la chiesa ammirandone le opere d’arte. Ma “la fede si nutre anche attraverso gli occhi, non solo attraverso le parole del sacerdote. (…) Si prega, dunque, anche con gli occhi. (…) Non è un buon prete quello che respinge, e che separa fede da bellezza. Legga Niccolò Tommaseo e rilegga i Vangeli, don Jean Claude, e sappia che Dio è ovunque ma non nella chiesa dove il prossimo suo viene respinto”.

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